Dal celebre Manuale di conversazione della metropoli periferica romana del 1993... ad OGGI!  
 
 
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Introduzione al
DIALETTO ROMANESCO
A cura di Andrea Pollett
 
 
 
 

Vuoi imparare il gergo romanesco? Eccoti accontentato! Quanto segue è ciò che cerchi. Ti proponiamo soltanto un assaggio di uno studio approfondito sul romanesco portato a termine da Andrea Pollett. Se vuoi saperne di più vai a trovarlo presso Via...

Roma Virtuale


Per molti non-romani la comprensione del romanesco parlato presenta qualche difficoltà, ma la comprensione del romanesco scritto potrebbe forse risultare ancor più ostica.
Diversamente da molti altri dialetti, la struttura della frase rimane simile a quella italiana; ciò che differisce maggiormente sono le singole parole, per come esse sono pronunciate, ma anche per come vengono scritte.
In particolare, ciò che nei testi in dialetto spesso colpisce (e disorienta) è la selva di accenti e di apostrofi, necessari a rendere il suono dei molti vocaboli che il romanesco elide o tronca, nonché le molte consonanti raddoppiate, a volte persino all'inizio dei vocaboli.
Come avviene per quasi tutti gli altri dialetti, anche per il romanesco la trascrizione non segue regole specifiche di ortografia: quest'ultima è solitamente basata sul tentativo di riprodurre più o meno fedelmente la pronuncia, il suono delle singole parole. Per questo motivo, a volte, si può incontrare un medesimo vocabolo reso in modo leggermente diverso a seconda dei testi, anche perché alcuni autori tendono a semplificare l'ortografia, confidando nella conoscenza del romanesco da parte dei lettori, e lasciando così questi ultimi liberi di interpretare la pronuncia dei singoli vocaboli.
Ma in ogni caso, il dialetto di Roma è più simile all'italiano di quanto non lo siano quelli di altre città o regioni.

I paragrafi che seguono hanno un valore più ludico che didattico: ovviamente è ben lungi da me il serio tentativo di insegnare il romanesco ai non-romani e, perché no, a quegli stessi romani che magari masticano tre o quattro lingue straniere senza poi comprendere chi, al mercato, li invita a capà le perziche (ovvero a "scegliere le pesche").
A ciò si aggiunga il fatto che oggi il dialetto è spesso investito - e a torto - di una connotazione negativa, plebea, travisandone così il significato puramente tradizionale. Eppure un tempo, a Roma, perfino i principi e i papi parlavano romanesco.
Appunto in questa prospettiva culturale, senza alcun intento "conservatore", ho tentato di riassumere gli elementi principali del romanesco originale, quello cioè usato da G.G.Belli per i suoi "Sonetti", evidenziando anche l'evoluzione che in quasi duecento anni questo dialetto ha subìto (come del resto avrebbe fatto qualsiasi altra lingua "ufficiale").

Per una più facile comprensione dei temi esposti, i molti esempi sono riportati in carattere corsivo.



Ma nun c'è lingua come la romana
Pe dì una cosa co ttanto divario
*
Che ppare un magazzino de dogana.


da "Le lingue der monno", G.G. Belli


* varietà


  • GLI ARTICOLI

    • L'articolo determinativo maschile singolare il diventa er : il gatto diventa er gatto;
      il cane diventa er cane; ecc.
    • L'altro articolo determinativo maschile singolare, lo, rimane tale.
    • Quello maschile plurale gli diventa li, con un'elisione dovuta al fatto di essere sempre seguito da vocale: gli occhi diventa l'occhi; gli animali diventa l'animali; ecc.
    • L'altro articolo maschile plurale, i, cambia a li, senza elisione: i santi diventa li santi; i lampioni diventa li lampioni; ecc.
    • Gli articoli femminili la e le rimangono invariati.
    • Gli articoli indeterminativi uno e una di solito perdono la "u", divenendo 'no and 'na: uno specchio diventa 'no specchio; una capra diventa 'na capra; ecc.
    • L'altro articolo un rimane invariato, ma se è seguito da una vocale, questa oppure la "u" vengono elisi. La vocale cade quando ciò non crea problemi di comprensione alla parola medesima: sopra un tavolo diventa sopr'un tavolo (sopra è comprensibile anche se troncato).
      Se la vocale non può essere eliminata a volte la "u" cade: è un gatto! diventa è 'n gatto! (essendo impossibile elidere il verbo è); a volte però nessuna delle due vocali viene elisa, pur tuttavia venendone pronunciata solo una, in ottemperanza alla suddetta regola.


il
lo
i
gli
la
le
un
uno
una

er
lo
li
l'
la
le
un ('n)
'no
'na

  • DIALETTO MODERNO - Tutti gli articoli che cominciano per "l" tendono a perderla (specialmente nel linguaggio parlato): la sposa diventa dunque 'a sposa, le strade diventano 'e strade, ecc., e ciò vale anche nella costruzione delle preposizioni composte (vedi sotto).

  • PREPOSIZIONI COMPOSTE

    Molte preposizioni composte in romanesco vengono scisse nelle loro componenti:

    • dello, della, dei o degli, delle, si trasformano in de lo, de la, de li, de le; invece del resta der (vedi paragrafo successivo, cambio di "l" con "r").
    • col, collo, colla, ecc. diventa cor, co lo, co la, ecc.; da notare che nel romanesco classico la preposizione semplice con viene semplicemente accorciata in co, senza apostrofo (e non elisa in co' ).
    • dallo, dalla, ecc. diventano dar, da lo, da la, ecc.
    • al, allo, alla, ecc. diventano ar, a lo, a la, ecc.
    • nel, nella, ecc. seguono la stessa regola (ner, ne lo, ecc.) ma spesso alle due particelle viene inframezzato de come rafforzativo, per cui la preposizione torna ad essere quella semplice ("in"): nella chiesa diventa in de la chiesa; nel mondo può diventare in der monno; ecc.
    • sul, sullo, sulla, ecc. segue la stessa regola (sur, su lo, su la, ecc.) ma in tal caso vi viene spesso anteposto in come rafforzativo: sulla scala diventa in su la scala (spesso reso anche con in zu la scala).

      Quando la preposizione semplice co è seguita da un, solitamente diventa cor (per motivi fonetici): con un coltello diviene cor un cortello.
      Tuttavia in romanesco moderno è anche più frequente la forma co 'n cortello .


  • del, col, dal, al, nel, sul

    dello, collo (con lo), dallo, allo, nello, sullo

    dei, coi, dai, ai, nei, sui

    degli, cogli (con gli), dagli, agli, negli, sugli

    della, colla (con la), dalla, alla, nella, sulla

    delle, colle (con le), dalle, alle, nelle, sulle
    der, cor, dar, ar, ner, sur

    de lo, co lo, da lo, a lo, ne lo (in de lo), su lo (in su lo)

    de li, co li, da li, a li, ne li (in de li), su li (in su li)

    de l', co l', da l', a l', ne l' (in de l'), su l' (in su l')

    de la, co la, da la, a la, ne la (in de la), su la (in su la)

    de le, co le, da le, a le, ne le (in de le), su le (in su le)

    DIALETTO MODERNO
  • Spesso cor è scritto cór, per distinguerlo da còr (cioè còre = cuore); tuttavia, è assolutamente improbabile che in dialetto romano la parola "cuore" venga mai abbreviata in tal senso: l'uso di porre un accento acuto sulla preposizione è quindi, a mio personale avviso, abbastanza ingiustificato, ma può comunque servire a sottolineare il suono molto chiuso che la vocale "o" deve assumere.

  • A causa della perdita della "l" da parte degli articoli (come spiegato nel paragrafo precedente), de lo, co lo, ecc. vengono ora pronunciati secondo questa regola fonetica: l'ultima vocale della preposizione semplice (de, co, ecc.) diventa la stessa vocale dell'articolo che segue, e che ha perso la "l".
    Di conseguenza, della sposa è ora da'a sposa, nelle strade suona come ne'e strade, nello spazio diventa no'o spazzio, ecc. ecc.
    Notare che la doppia vocale è pronunciata senza interruzione nella voce, come un'unico suono molto lungo.



  • DITTONGHI E TRITTONGHI

    Tre vocali all'interno di una medesima sillaba non sono compatibili con la pronuncia romanesca, che ama i suoni cadenzati, e che quindi interviene sui dittonghi e i trittonghi accorciandoli o alterandoli di conseguenza: miei, tuoi, suoi, divengono rispettivamente mia, tua o tui, sua o sui: i libri tuoi diventa li libbri tua (o tui); i miei parenti diventa li parenti mia; ecc.
    Talora la regola viene applicata anche ai plurali nostri e vostri (più per associazione fonetica con i precedenti che per reale difficoltà di pronuncia): i soldi vostri diventa li sordi vostra (ma anche più spesso viene lasciato nella forma vostri ).
    Altri vocaboli contenenti sillabe con tre vocali vengono corrotti eliminandone una, in genere l'ultima prima dell'accento, come in aiuola, che diventa aiòla, o in puoi, che diventa pòi; oppure il vocabolo viene parzialmente modificato: bue, buoi diventa bove, bovi; ecc.

    Alcune volte anche due sole vocali vengono spezzate, se il loro suono è molto diverso (ad esempio i dittonghi "...au...", "...io...", ecc.), mediante l'inserimento di una consonante: paura diventa pavura, Paolo diventa Pavolo, piòlo diventa spesso piròlo, ecc.
    Infine, in qualche caso dal dittongo viene rimossa la vocale non accentata: miele diventa mèle, ecc.; ma ciò non avviene spesso: ad esempio piede, bianco, fiato, ecc. restano tali.
    (cfr. anche il successivo paragrafo CAMBIO DI "I" CON "R")


  • LA PRONUNCIA DEI GRUPPI "CE" E "CI"

    All'interno delle parole, il gruppo "ce" viene pronunciato in modo scivolato, come "sce", e alcune volte persino scritto come tale: cena è pronunciato (e talora scritto) scena, aceto come asceto, piacere come piascere, ecc.
    Quando da solo (nel senso di "ivi") il suono è meno scivolato: ci stava diventa ce stava (comunque mai scritto sce stava).

    Anche il suono di "ci" è molto scivolato, ma mai scritto "sci".

    Al contrario, il suono di "ce" o "ci" non è mai scivolato quando la "c" è doppia: annacce (andarci), acciaccà (schiacciare), ecc.


  • CAMBIO DI LETTERE
    • cambio di l con r
      Nelle parole in cui la lettera "l" precede una consonante, la prima normalmente diviene "r" (sempre pronunciata molto dura e arrotata): calcio diventa carcio; almeno diventa armeno; falce diventa farce; alto diventa arto; ecc.
      Ciò vale anche per i monosillabi che terminano in "l": il diventa er, al diventa ar, quel diventa quer, col diventa cor, ecc.
      In alcuni casi "l" diventa "r" anche quando è preceduta da una consonante, singola o doppia: plico diventa prico; flemma diventa fremma; applicare diventa appricare; ecc.
      Tale cambio non avviene mai, invece, se la "l" è doppia: palla, collo, ecc. rimangono tali e quali.
      Un'eccezione è costituita dalla parola altro che cambia in antro, con "n", anche se nel romanesco moderno è frequente la forma artro, ecc..
      Anche il femminile e i plurali cambiano nello stesso modo (altra diventa antra, altri diventa antri, ecc.).

    • cambio di nd con nn e di ld con ll
      Questi gruppi cambiano semplicemente per comodità di pronuncia: quando diventa quanno; andato diventa annato; mando diventa manno; ecc.
      Similmente, caldo di solito diventa callo (ma in accordo al suddetto cambio di "l" con "r" potrebbe di rado diventare cardo ), ecc.; il cambio avviene anche nelle parole composte contenenti "caldo" o "calda": scaldaletto diventa scallaletto, riscaldato diventa riscallato (o ariscallato, vedi anche in fondo al paragrafo VERBI), etc.
      In altri vocaboli, invece, il gruppo "ld" diventa "rd", secondo la regola precedente descritta: falda diventa farda; soldi diventa sòrdi; ecc. ecc.

    • cambio di i con e (e viceversa)
      In molti monosillabi contenenti la "i", questa diventa "e": il diventa er (e la "l" cambia in "r"); di diventa de; ci (ivi) diventa ce; ti diventa te; ecc.
      Anche la parola dito cambia a deto.
      Anche si (riflessivo) diventa se; al contrario, se (condizionale) diventa si: per cui se si sapeva diventa
      si se sapeva (in genere scritto si sse sapeva, vedi sotto il paragrafo RADDOPPIO DI CONSONANTI); ecc.
      La "i" cambia in "e" anche nelle particelle ...mi, ...ti, ecc., che diventano ...me, ...te, ecc.

    • cambio di s con z
      Quando una parola comincia con "s" seguita da una vocale, talora diventa "z" (sempre pronunciata dura, come "ts"): il soldato diventa er zordato; il santo diventa er zanto; ecc.
      Questo cambio è l'equivalente al rinforzo del suono delle parole mediante raddoppio di consonante, la cui regola è descritta nel paragrafo successivo.

    • cambio di gli e di li con j
      Per comodità di pronuncia il gruppo "gli" si trasforma in "j" (che, come anche in italiano, è pronunciata come una "i" molto scivolata): figlia diventa fija; paglia diventa paja; consiglio diventa conzijo (notare il cambio di "s" con "z"); gli (a lui) diventa je (è uno dei monosillabi che cambiano anche la "i" con "e").
      In un numero limitato di vocaboli, anche il gruppo "li" cambia in "j" (quando il suo suono è simile a "gli"): olio diventa ojo; ecc.

    • cambio di i con r
      Nei seguenti gruppi "...aio", "...aia", "...aie", "...ai" (più correttamente "...aii", o "...aî"), la "i" si trasforma in "r": un paio diventa un paro; macellaio diventa macellaro; portinaî diventa portinari; cucchiaio diventa cucchiaro, ecc. (vedere anche sopra: DITTONGHI E TRITTONGHI).
      Ci sono tuttavia delle eccezioni: guaio non cambia affatto, saio idem, ecc. Anche nei gruppi "...iolo", "...iola", "...ioli", "...iole", la "i" diventa "r", ma quasi esclusivamente nei vocaboli che indicano un'attività lavorativa: ad esempio vinaiolo diventa vinarolo; ecc., ma paiolo rimane tale e quale, benché il cambio talora avvenga anche per vocaboli generici (piolo diventa pirolo ).
      Questa forma in ...rolo, ...rola ecc. è usata per le attività (particolarmente quelle lavorative), anche se il corrispettivo italiano non termina in ...iolo, ecc.: fruttivendola diventa ugualmente fruttarola (da "fruttaiola"); pescivendoli diventa comunque pesciaroli (da "pesciaioli"); cagnaroli, cioè coloro che fanno fracasso (in romano cagnara); ecc.

    • cambio di ng con gn
      Il gruppo "ng" seguito dalla "i" o dalla "e" spesso diventa "gn", rinforzato in "ggn": piange diventa piaggne; ecc.
      Quando "ng" è seguito da "i" or "hi" questi si perdono: mangiate diventa maggnate; unghie diventa uggne (o più spesso ancora oggne); ecc.
      Se invece è seguito da altre vocali o altri gruppi, non cambia: vanga rimane tale; Ungheria diventa Ungaria (ma "ng" rimane tale).

    • cambio di uo con o
      Come sopra, il gruppo "uo" è troppo...difficile per i romani, che lo contraggono in "o": cuore diventa core; vuoto diventa voto; buono diventa bono; uovo diventa ovo; ecc.
      In questi vocaboli la lettera "o" si pronuncia molto aperta (talora la grafìa è còre, vòto, ecc.)
      Il cambio non avviene nei monosillabi, come tuo e suo, che restano invariati (ma solo se non sono seguiti dall'oggetto o dalla persona posseduti, cfr. il paragrafo ELISIONI).

    • cambio di o con u (e viceversa)
      In un certo numero di casi, se in italiano la "o" è molto stretta, in romanesco diventa "u": non cambia in nun; foglietta (tipica misura romana di vino) diventa fujetta. In altri casi accade l'opposto: fungo diventa fongo; unghia diventa oggna (notare anche il cambio di "nghi" a "ggn", in accordo a quanto detto poc'anzi).

    • cambio di r con una consonante (raddoppiata)
      Quando la "r" è l'ultima lettera di un verbo all'infinito seguito da una particella pronominale ("mi", "ti", "lo", "la", "ci", "vi", "li", "le") o riflessiva ("si"), questa si trasforma di solito nella prima consonante della particella, che viene così raddoppiata: vederti diviene vedette ; portarlo diviene portallo ; costruirci diviene costruicce ("ci" diventa infatti "ce", vedi sopra); ecc...
      Solo nel caso in cui la particella che segue il verbo è "gli", "le" o "loro" (il cui corrispondente romano è per tutte "je"), la "j" non viene raddoppiata (anche se il suono della consonante è forte, pronunciato come se la "j" fosse doppia): costruirgli diviene costruije ; portarle diventa portaje ; dar loro diventa daje ; ecc.
      Fanno anche eccezione i verbi della seconda coniugazione con accento sulla terzultima sillaba, come prendere, spingere, cuocere, stringere, credere, ecc. ecc., ma anche quei pochi verbi che in romano "spostano" l'accento della forma italiana (ad esempio: bere , che in romano diventa beve, dalla forma arcaica bévere); questi verbi perdono semplicemente la "r" senza raddoppiare la consonante: prenderla diviene prendela; crederci diventa credece (notare il cambio di "ci" in "ce"); bersi diventa bévese (con cambio simile al precedente); ecc. ecc.


    PRINCIPALI CAMBI

    da L ad R
    da I ad E
    da S a Z
    da ND a NN
    da GLI o LI a J
    da I ad R
    da NG a GN
    da UO a O
    da R a doppia consonante


    salto
    vi
    penso
    mandato
    quaglia
    carbonaio
    attinge
    cuoco
    lavarle


    sarto
    ve
    penzo
    mannato
    quaja
    carbonaro
    attigne
    coco
    lavalle



  • IL RADDOPPIO DI CONSONANTI

    Il suono del romanesco è più duro dell'italiano: le parole che iniziano con una consonante, se precedute da vocale, spesso la raddoppiano per rinforzarla, derivandone un suono assai più enfatico.
    Alcuni esempi: qualche cosa diventa quarche ccosa; e poi diventa e ppoi; un uomo buono diventa un omo bbono; ecc.
    Se la lettera "s" dev'essere rinforzata, di solito diventa "z" (cfr. anche il paragrafo precedente, CAMBIO DI "S" CON "Z") se è preceduta da consonante: il sonno diventa er zonno; un soldo diventa un zordo; etc.
    Se "s" segue una vocale, raddoppia come qualsiasi altra consonante: può sapere diventa pò ssapé, sei e sette diventa sei e ssette; etc.

    Il raddoppio a volte si applica in altre parti della parola:
    vocabolario diventa vocabbolario, ; numero diventa nummero; ecc.
    In alcuni gruppi ciò avviene costantemente.
    • In "gn", è la "g" che raddoppia: ragno diventa raggno; campagna diventa campaggna; Agnese diventa Aggnese; ecc.
    • In ...izio, ...izia, ...izie, ...izi, la "z" viene raddoppiata: esercizio diventa esercizzio; amicizia diventa amicizzia; pulizia diventa pulizzia; vizi diventa vizzi.
      Ciò non accade, invece, se la "z" è preceduta da consonante: mercanzia rimane tale; ecc.

    In un minor numero di casi, è una doppia consonante nella parola italiana a divenire singola in romanesco: uccello diventa ucello (pronunciato molto 'scivolato'); quattrini diventa quadrini (con la "t" cambiata in "d"); ecc.

    • DIALETTO MODERNO - Molte consonanti doppie non vengono più scritte, specialmente quelle all'inizio di vocabolo, ma sono comunque pronunciate con forza, come doppie.
      Un altro cambiamento occorso è il frequente dimezzamento della doppia "r": terra, che nel dialetto originale non avrebbe subìto alcuna modifica, oggi è pronunciata (e scritta) tera; errore ora è erore, e così via; questa forma la si nota già nei lavori di Trilussa (primi decenni di questo secolo) ma mai, ad esempio, in quelli di G.G.Belli (1830 c.ca).


  • LE ELISIONI E GLI ACCORCIAMENTI

    • La preposizione per è sempre accorciata in pe (eventualmente rinforzata in ppe): per mangiare e per bere diventa pe mmaggnà e ppe beve; ecc.
      In tempi più recenti si tende ad usare l'apostrofo, nella forma pe' (una vera elisione).

    • Gli aggettivi possessivi mio, tuo e suo sono sempre troncati in mi', tu', su' se precedono l'oggetto o la persona posseduti: il mio libro diventa er mi' libbro; le tue sorelle diventa le tu' sorelle; il suo giardino diventa er su' ggiardino (da notare come su' non rinforzi la "s" in "z"); ecc.

    • I pronomi questo, questa, questi, queste, sono assai spesso accorciati in sto, sta, sti, ste : questi fatti diventa sti fatti; questa casa e questo giardino diventa sta casa e sto ggiardino; ecc.


      DIALETTO MODERNO
    • La forma pronominale anzidetta (sto, sta, ecc.) in romanesco moderno è resa con l'apostrofo all'inizio di vocabolo: 'sto, 'sta, ecc. ecc.

    • Quando una parola termina per vocale ed è seguita dall'articolo er, talora l'ultima vocale o la lettera "e" si elidono, prendendo l'apostrofo.
      In genere è la prima "e" dell'articolo a cadere: la moglie e il marito diventa la moje e 'r marito (non essendo possibile elidere la congiunzione e ).
      Talora non si elide nessuna vocale e non vi è nessun cambiamento di rilievo: volete il sale o il pepe? può diventare volete er zale o 'r pepe?, ma può benissimo rimanere volete er zale o er pepe?.

    • Il numero due perde la "e" davanti a qualsiasi altro nome (come per mio): due uomini diventa du' ommini; due botti diventa du' botti; ecc.
      Allo stesso modo, gli altri numeri che terminano per vocale la perdono, ma solo se seguiti da un'altra vocale: cinque anni diventa cinqu'anni, otto e mezzo diventa ott'e mmezzo. Ma nove bottiglie rimane nove bbottiglie, tre cappelli non cambia affatto, ecc.
      Si noti anche come la forma du' rimane solitamente separata dal nome che segue, mentre per gli altri numeri l'elisione ne provoca l'unione alla parola seguente.

      Nota: la parola due, nella forma originale del dialetto, quando non è seguita da altro suono diventa spesso dua: dammene due diviene dammene dua, ecc.

    • Quando due nomi sono strettamente legati per associazione di idee, o perché parte di un modo di dire comune, il primo dei due talora perde la vocale finale; ciò conferisce alla pronuncia dell'espressione un ritmo più cadenzato: il padrone di casa diventa er padron de casa; a Fontana di Trevi diventa a ffontan de Trevi; un bicchiere di vino diventa un bicchier de vino; un boccone di pane diventa un boccon de pane; ecc. Notare come non vi sia elisione (quindi niente apostrofo), ma un semplice accorciamento.
      Questa regola non è fissa.

    • In genere, la parola ogni perde la "o" e diviene 'gni, anche nelle parole composte: ogniqualvolta diventa 'gniquarvorta, ecc.


  • VOCATIVO

    Nella lingua parlata la frase viene aperta molto frequentemente da una locuzione vocativa. Se questa è rivolta ad una persona specifica, la forma più usata è quella in cui il nome dell'interlocutore, troncato alla penultima sillaba, è preceduto dalla particella vocativa a (equivalente all'italiano o):
    Signore,...(ecc. ecc.) diventa A siggno',...
    Ragazzi,... diventa A rega',...
    Piero,... (oppure Pietro,...) diventa A Pie',...
    Giovanni,... (oppure Giovanna,...) diventa A Giuva',..., e così via.

    Spesso la vocazione viene ulteriormente rafforzata anteponendovi la particella ahó (che equivale a ehi): Ehi, Francesco,...(ecc.) diventa Ahò, a France',....; Ehi, signore... diventa Ahó, a siggno'..., e così via.



  • VERBI
    • INFINITO
      Tutti i verbi in ...are e ...ire perdono "re", divenendo vocaboli tronchi: andare diventa andà, venire diventa venì; guardare diventa guardà; ecc.. É invalso l'uso di scriverli con l'ultima lettera accentata, anziché con l'apostrofo.
      Per i verbi in ...ere la forma in romanesco dipende da dove cade l'accento nel vocabolo italiano: se cade sulla penultima sillaba si applica la stessa regola: cadere diventa cadé; volere diventa volé, ecc.
      Per i verbi con un accento sulla terzultima sillaba il vocabolo romanesco perde "re" ma non è tronco (mantenendo l'accento originale): prendere diventa prende; credere diventa crede; ecc. Talora lo stesso accade anche con verbi del gruppo precedente: vedere diventa più spesso vede (ma talora vedé ), sedere diventa solitamente sede (ma in alcuni casi sedé ).
      L'ultima e o é ha sempre una pronuncia chiusa.

      Quando l'infinito è seguito dalle particelle ...mi, ...ti, ...lo, ...la, ...ci, ...vi, ...li, ...le, se il verbo in romanesco è tronco queste raddoppiano la consonante: tirarle diventa tiralle (cioè tirà + le raddoppiata), sentirvi diventa sentivve (particella che terminando per "i" cambia in "e"), pagarci diventa pagacce, ecc.
      Cio non accade con la particella ...gli (che in romanesco traduce anche ...le e loro), che diventa ...je (non raddoppiato): dargli; darle o dar loro diventa sempre daje, ecc.
      Nei verbi non tronchi il raddoppio delle particelle non avviene mai: prenderlo diventa prendelo; cuocerle diventa còcele (il dittongo "uo" diventa una "o"), ecc.

    • PRESENTE
      Nei verbi regolari il presente non cambia di molto (sempre in conformità alle regole anzidette): salta rimane sarta (solo cambiando la "l" con "r"); vendo rimane venno (cambiando "nd" con "nn").
      La prima persona plurale ...iamo perde la "a", e talora cambia la rimanente vocale per acquisire quella del corrispondente infinito: dormiamo diventa dormimo (essendo l'infinito dormire); cadiamo diventa cademo (da cadere); guardiamo diventa guardamo (da guardare); ecc.
      La terza persona plurale cambia in ...eno in tutti i verbi: dormono diventa dormeno; sentono diventa senteno; alzano diventa arzeno; ecc.
      . Ovviamente gli accenti cadono sulle stesse sillabe che in italiano.
      I verbi irregolari hanno qualche differenza in più:
      • Essere cambia nel seguente modo: sono (1ª singolare e 3ª plurale) diventa comunque so' ; siamo diventa semo ; siete diventa sete (talora scritto séte ); molti altri non cambiano, pur seguendo le regole generali.
      • Avere: abbiamo diventa avemo; le restanti persone sono uguali a quelle in italiano.
      • Potere: possiamo diventa potemo; possono diventa ponno.
      • Venire: vieni diventa venghi (per assonanza con vengo), viene diventa viè; veniamo diventa venìmo e vengono diventa vèngheno (come per i verbi regolari).
      • Per verbi come conoscere, uscire, ecc., nei quali la prima persona singolare esce in ...sco, anche la seconda singolare esce spesso in ...schi, per semplice assonanza con la prima persona: tu lo conosci spesso diventa tu lo conoschi, quando esci da casa diventa quanno eschi de casa (anche se un'altro verbo usato spesso in luogo di uscire è sortire : quanno sorti de casa), ecc.

      È frequente, nell'uso di "avere", anteporre al verbo la particella "ci", che nella trascrizione viene spesso legata graficamente al verbo, per rispettarne la pronuncia:
      • ho diviene ciò (cioè: "ce ho" ), hai diviene ciai, ha civiene cià, abbiamo diviene ciavemo, ecc. ecc.
      • ciò vale anche per gli altri tempi: avevo diviene ciavevo, avrete diviene ciavrete, ecc...
      • la particella "ci" quando isolata o in fondo alla parola diviene ce (vedi anche sopra): l'infinito di questo verbo, averci, in romano suona infatti avecce (notare il raddoppio di "c" che sostituisce la "r", essendo i romani ...poco inclini a pronunciare alcuni gruppi di consonanti fra cui, appunto, "rc").
      • Specialmente in tempi più moderni, l'uso di "ci" con "avere" viene reso graficamente elidendo la particella e mantenendo il verbo nella sua forma originale: hanno diventerebbe c'hanno (anziché cianno), abbiamo diventerebbe c'avemo (anziché ciavemo), ecc.: è tuttavia evidente come in questo modo il risultato ortografico appaia assai meno spontaneo, e soprattutto poco aderente alla verace pronuncia romana.

    • FUTURO
      Non ci sono modifiche.
      Solo nel verbo andare il gruppo "..dr.." è sempre allungato in "..der..": andrò diventa anderò, andranno diventa anderanno, ecc.
      Per lo stesso motivo, nel verbo potere la voce potrò diventa poterò, potrai diventa poterai, ecc.

    • IMPERFETTO
      Non vi sono cambiamenti (ferme restando le regole generali), ma la prima persona plurale e, più di rado, la seconda plurale (in italiano solitamente ...vamo e ...vate) talora divengono ...mio: andavamo diventa annavàmo, o talora annàmio (notare come l'accento viene arretrato di una sillaba in quest'ultima forma); rispondevamo diventa risponnevàmo, oppure risponnémio; tornavate può non cambiare affatto, ma in qualche caso può diventare tornamio; ecc.
      Attualmente, la forma in ...mio è caduta un po' in disuso.

    • PASSATO REMOTO
      La forma più comune in romanesco è in ...etti per la prima persona singolare e ...ette per la terza singolare, ma possono esistere altre forme diverse, senza una regola specifica: morì diventa morette o anche morze; corse potrebbe diventare corrette, ma potrebbe anche rimanere corze (con "z" per rinforzare il suono); andai e andò più spesso divengono aggnedi e aggnede, ma talora rimangono annai e annò.
      In molti altri casi, però, rimane la forma italiana: aspettò non cambia, come pure guardò, ecc.
      La prima persona plurale, ...ammo, ...emmo o ...immo, cambia spesso in ...assimo, ...essimo, ...issimo: vedemmo diventa vedessimo, andammo diventa andassimo, ecc.; questa forma è particolarmente frequente nei sonetti del poeta romano Cesare Pascarella.
      La terza persona plurale in ...arono cambia spesso in ...onno od ...orno, mentre ...irono diventa ...inno: andarono diventa andonno o andorno; sparirono diventa sparinno; ecc.

    • CONGIUNTIVO PRESENTE
      In genere le persone che terminano in ...a cambiano a ...i, mentre ...ano diventa ...ino: possano può diventare possino o pozzino (con la doppia "s" cambiata in doppia "z" per un suono più forte); abbiano diventa abbino (sarebbe abbiino, ma ovviamente una delle "i" si elimina); venga diventa venghi; ecc.

    • CONGIUNTIVO PASSATO
      Non è molto usato; la seconda persona plurale, che in italiano termina in ...este diventa ...essivo: poteste diventa potessivo, ecc.

    • CONDIZIONALE
      La prima persona singolare (che in italiano termina in ...ei) cambia in ...ia: metterei diventa metteria; ecc.

      DIALETTO MODERNO - In tempi più recenti la prima persona singolare ...ia è cambiata in ...ebbe (come la terza persona singolare in italiano): io metterei diventa più spesso io metterebbe (anziché io metteria ).

    • IMPERATIVO
      Per i verbi regolari, le voci cambiano solo se la seconda persona singolare è seguita dalle particelle pronominali ...mi, ...ti, ...lo, ...la, ...ci, ...vi, ...li, ...le. In questo caso la "i" del verbo solitamente cambia in "e": vendilo diventa vendelo (o vennelo ); mettile diventa mettele; etc. Alcune di queste particelle cambiano in base alle regole generali: prendici diventa prendece (poiché ci cambia in ce); lavati diventa lavete; ecc. Ancora, il dialetto romanesco non fa alcuna distinzione fra ...gli, ...le, loro: divengono tutti ...je (equivalente di ...gli). Dunque scrivigli, scrivile e scrivi loro diventano tutti e tre scriveje.
      Anche i verbi irregolari in genere rispettano la forma italiana (con eventuali cambi per soli motivi di pronuncia); una delle poche eccezioni comuni è vieni , che diventa viè.

    Ai verbi che esprimono una reiterazione, in genere inizianti per "ri..." (rivedere = vedere ancora; ricominciare = cominciare di nuovo; ecc.) accade spesso che il romanesco anteponga una "a": riprendere diventa ariprende; ritornare diventa aritornà; ecc.
    Ciò accade talora anche a verbi che hanno un inizio simile ("ri...", "re...", "ra...") ma che non esprimono direttamente una reiterazione (o non la esprimono affatto): riconoscere diventa ariconosce; raccontare diventa ariccontà; raccogliere diventa ariccoje; ecc.

    Altri cambiamenti possono aversi nella stessa radice del verbo: trasportare spesso diventa straportà; bere diventa beve (poiché fa riferimento alla forma del verbo in italiano arcaico, bevere ); ecc.

    Infine, i cambiamenti più esilaranti sono senz'altro quelli che derivano da convinzioni errate circa l'origine o il significato di un vocabolo.
    Un paio di classici esempi. Il popolino diceva moseo anziché museo, perché era convinto che derivasse da "Mosè" e non da "musa". E a Roma la zanzara si è sempre chiamata zampana: il perché si evince da un sonetto di G.G.Belli:

    Be', se dirà zanzare pe le stampe;
    Ma sso' zampane: eppoi, santa Lucia!,
    Nun je le vedi lì ttante de zampe?


    Beh, si dirà "zanzare" nei testi stampati;
    Ma sono "zampane": e poi, santa Lucia!,
    Non vedi lì che hanno tanto di zampe?

    da "Le zampane", 2 aprile 1846


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